mercoledì 9 maggio 2012

Appello per L'Aquila, un argine al grillismo?

Non ho partecipato a una campagna elettorale tutt'altro che entusiasmante. E il cinque maggio lo ricorderò non per la morte di Napoleone, ma per il disperato tentativo di colmare all'ultimo l'ignoranza con cui mi stavo per recare alle urne. D'altronde in una città rasa al suolo da un terremoto ormai tre anni fa, mi sarei aspettato un fervore civico, una competizione tra visioni differenti sul futuro, sulla ricostruzione, sul modello urbanistico, che però non c'è stata.

Tuttavia il 6 maggio mattina le idee cominciavano a chiarirsi e quando sono entrato nella cabina elettorale quasi tutto era deciso.

Un grosso aiuto mi era venuto da un post su un social network di una nota esponente del Partito Democratico aquilano: Appello per l'Aquila e la coalizione di Giorgio De Matteis supportata dai gruppi neofascisti di Casa Pound (e chi vive a Roma non prenderebbe mai questa cosa così sottogamba come vedo fare a L'Aquila) sarebbero stati la stessa cosa. Interessante argomentazione d'antan "chi è alla mia sinistra è come chi è alla mia destra" anzi è peggio perché mettendosi in competizione con me favorisce l'avanzata del mio avversario (fascista).

Un'argomentazione, forse, da primo giorno di scuola alle Frattocchie.

Così alla fine ho votato per il vituperato Appello per l'Aquila. Un po' per quelle argomentazioni, un po' perché pensavo che l'amministrazione Cialente non fosse stata all'altezza della situazione. E poi nessun'altra ipotesi mi convinceva.

Da due giorni i giornali sono pieni di titoli sul crollo dei partiti italiani e sull'avanzata del grillismo. Con i leader del PD che non vogliono le urne a ottobre temendo l'avanzata dell'antipolitica, e anzi, come D'Alema, chiedono più moderazione e spingono per l'abbraccio con l'Udc (che alle comunali aquilane però sostiene il loro avversario De Matteis).

A L'Aquila probabilmente c'erano tutti i presupposti per una deriva "antipolitica": una città distrutta con una classe politica incapace di fornire un'alternativa al grigiore di una vita passata tra C.a.s.e e centri commerciali. Invece la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle non è andata oltre l'1,75%. 

Merito, forse, di chi ha saputo riprendere alcune delle innovazioni positive di Grillo traghettandole nell'alveo di una proposta positiva: Internet come strumento di informazione e partecipazione, una forte preparazione tematica legata al territorio, l'utilizzo di una formula assembleare molto codificata mutuata dalle esperienze statunitensi stile Occupy.

Forse banalizzo, ma la forza di Appello per l'Aquila probabilmente è stata questa e forse per questo non c'è stato nessuno scivolamento verso l'"antipolitica".

Certo l'astensionismo è stato alto: 28% . Il 9% in più delle comunali del 2007. Un dato elevato che dovrebbe far riflettere anche il votatissimo assessore con delega alla "partecipazione" nella precedente giunta comunale.

Però niente Grillo, niente "antipolitica".

Ma una lista civica che con pregi e difetti ha cercato di portare qualche elemento di differenza e di partecipazione, provando a utilizzare forme nuove di coinvolgimento dei cittadini nella politica aquilana.

In vista del ballottaggio e di una ricostruzione cittadina ancora tutta da fare: non sarebbe il caso che i partiti del cosiddetto centrosinistra facessero un piccolo sforzo? Invece di prendersela con "l'amico del loro nemico". Non potrebbero provare a uscire dalle proprie terremotate sedi e aprirsi alla partecipazione dei cittadini? Non si sa mai che la deriva "antipolitica" non si trasformi in un impegno attivo.

venerdì 4 maggio 2012

India: crescita senza progresso

Nella "tribal belt", la grande regione dove vivono le popolazioni adivasi, si concentrano le ricchezze minerarie dell'India, che hanno generato conflitti e ingiustizia sociale, spiega la giornalista Marina Forti.

Con un tasso di crescita vicino al nove per cento nell’ultimo decennio, l’India è una delle economie emergenti e una delle potenze economiche del futuro. Nel mese di marzo il rapimento da parte di gruppi armati di due cittadini italiani, Claudio Colangelo e Paolo Bosusco, poi liberati, ha fatto però emergere un aspetto meno noto di questo Paese: «montagne remote, popolazioni indigene e guerriglieri, sembrano gli ingredienti di una storia d’altri tempi e di un altro mondo», spiega Marina Forti, giornalista del Manifesto e autrice di numerosi reportage dall’India centrale. In realtà non si tratta di «una storia dell'altro mondo e i soggetti in campo non sono residuali. Anzi, tutto questo è perfettamente dentro al mondo globalizzato in cui viviamo», aggiunge la Forti.

Ma facciamo un passo indietro. L’India ha cominciato a liberalizzare la propria economia a partire dal 1993 e nel 2003 è stata inserita dagli analisti di Goldman Sachs tra i Paesi che avrebbero cambiato l’economia mondiale: i cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina). Secondo le previsioni di questi analisti, nel giro di trent'anni i Pil combinati dei paesi Bric avranno superato la somma dei G6 (Usa, Regno unito, Francia, Germania, Italia e Giappone), mentre nel 2050 la Cina sarà la più grande economia mondiale, seguita dagli Stati Uniti, con l'India al terzo posto. Una buona parte della crescita indiana degli ultimi vent'anni è dovuta alle "tecnologie dell'informazione", in particolare la produzione di software o servizi per le imprese occidentali che qui hanno delocalizzato contabilità, archivi, tele-marketing e call center. Ma non c’è solo questo, perché in India si sono moltiplicati i progetti industriali, sono state create le cosiddette "zone economiche speciali" e sono stati fatti grandi investimenti per aumentare l'estrazione di materie prime. «L'India è una nazione ricca di risorse minerarie» spiega la Forti, il Paese infatti «è il secondo produttore mondiale di cromite e talco, il terzo produttore di carbone, il quarto di ferro, è inoltre un importante produttore di bauxite, quindi di alluminio, e di molti altri minerali». Il carbone estratto è utilizzato per oltre il 70 per cento per produrre energia elettrica, mentre il resto alimenta gli altiforni delle acciaierie. Tuttavia la produzione indiana non arriva a soddisfare il fabbisogno interno e l'India è costretta a importare ancora altro carbone. Anche il ferro è consumato o lavorato internamente, soprattutto per produrre l’acciaio di cui il Paese è esportatore. L’estrazione di risorse minerarie si concentra quasi completamente in una zona particolare dell’India centrale: «è la mineral belt, la fascia dei minerali, si tratta di una regione montagnosa che attraversa cinque Stati centro-settentrionali». Tre Stati in particolare, Jharkhand, Chhattisgarh e Orissa, concentrano al proprio interno il 70 per cento dei giacimenti di carbone dell’India, il 56 per cento di quelli di ferro, il 60 per cento di quelli di bauxite: «risorse enormi che attualmente sono solo in parte sfruttate» afferma la Forti. Queste stesse zone sono anche il cuore della tribal belt, «la regione dove vive gran parte della popolazione nativa del subcontinente indiano, gli adivasi, gli "abitanti originari". Sono una minoranza consistente, l’8,6% della popolazione indiana, cioè quasi 100 milioni di persone». Se si sovrappongono le due mappe, quella dei giacimenti minerari e quella delle popolazioni native, si vedrà che queste coincidono quasi alla perfezione: «è questa la radice del conflitto» afferma la Forti. Infatti «la storia delle regioni "tribali", e in generale delle regioni rurali più remote, è una storia di esproprio e di esclusione, già prima delle miniere». Non esistono cifre precise su quante persone siano state obbligate a lasciare le proprie case e i propri terreni a causa di miniere, dighe, fabbriche e altre opere, ma diversi studi «parlano di oltre 20 milioni di "sfollati involontari" in 50 anni per fare posto alle varie grandi opere dello sviluppo». L’allontanamento delle popolazioni adivasi dalle proprie terre è iniziato negli anni Cinquanta quando cominciò lo sfruttamento del legname e dei prodotti delle foreste della tribal belt, da allora il costante accaparramento delle terre migliori da parte degli imprenditori forestali ha costretto le popolazioni locali a continui spostamenti e a un progressivo impoverimento. Oggi la situazione è decisamente peggiorata in seguito alla rapida espansione delle attività estrattive che stanno riducendo ulteriormente le superfici coltivabili e stanno inquinando terreni e falde acquifere. «Lo sviluppo in queste zone arriva solo sotto forma di miniere, acciaierie o dighe che comportano requisizioni di terre, foreste abbattute e masse di persone costrette a lasciare tutto» spiega la Forti, che cita il ricercatore indiano Aditya Nigam del Centre for the Study of Developing Societies, per «in queste zone c'è fin troppo sviluppo, ma nessun progresso: niente scuole, niente ospedali, niente strade, in queste zone mancano i servizi più basilari». 

L'industrializzazione forzata e l'espulsione dalle terre hanno peggiorato le condizioni di vita degli abitanti della tribal belt e, una volta persa l'economia di sussistenza basata sull'agricoltura e sulla raccolta di frutti della foresta, gli adivasi sono «finiti per essere più poveri, perché per loro è difficile anche lavorare nelle industrie che si sono impossessate delle loro terre, nella maggioranza dei casi, infatti, non hanno le qualifiche necessarie. Così finiscono ammassati in bidonvilles urbane, o magari a scavare come abusivi al margine delle miniere di carbone per cavarne qualcosa da vendere in città». 

L'avanzata di fabbriche e miniere ha accelerato l'espulsione dei nativi dalla terra e inasprito vecchie ingiustizie. Per questo motivo sono nati numerosi movimenti di protesta e di resistenza contro lo spostamento forzato delle popolazioni, contro la requisizione delle terre, contro acciaierie e miniere. Tra questi movimenti uno dei più influenti è quello dei maoisti o naxaliti, nome derivante da una famosa rivolta contadina nel villaggio di Naxalbari, nel Bengala occidentale, avvenuta nel 1967. Dopo un periodo di pausa durato vent'anni i maoisti hanno ripreso la lotta armata sul finire degli anni Novanta e «oggi si propongono come i difensori dei diritti dei nativi, buona parte dei militanti, infatti, sono "tribali", anche se la leadership è composta da persone istruite e di casta alta, per lo più brahmini». La risposta del governo indiano all’offensiva maoista è stata molto dura e nel 2009 è stata lanciata l'operazione Green Hunt. La Forti spiega che «doveva essere una "operazione massiccia e coordinata" contro le "roccaforti" dei maoisti, un affondo finale contro la guerriglia che invece è culminata in un disastro». Gli unici risultati prodotti dalla «guerra ai maoisti» sono stata la criminalizzazione dei movimenti di opposizione e la nascita di gruppi paramilitari. Infatti, «nell'immaginario dell'opinione pubblica urbana indiana i movimenti di resistenza e protesta in quelle zone vengono tutti identificati come maoisti. Ma non è così, anzi: molti movimenti politici, di massa, non armati sono stati loro malgrado etichettati come maoisti e criminalizzati». Inoltre sono nati molti gruppi paramilitari come la Salwa Judum, o "autodifesa": «si dice che siano organizzazioni spontanee, invece sono milizie armate e addestrate dal governo dello Stato di Chhattisgarh, e mandate a fare il vuoto attorno ai "terroristi". Presto si sono diffuse notizie di villaggi bruciati, uccisioni, stupri». Dopo anni di denunce è stato sentenziato che le milizie erano irregolari: «lo Stato non può armare civili per combattere altri civili ha affermato la Corte suprema, ma in Chattisgarh le vecchie milizie hanno solo cambiato nome o sono state tramutare in "ausiliari di polizia"».

«In India non si è trovato ancora un equilibrio tra crescita e stabilità della società», spiega Marina Forti, «e oggi siamo di fronte a due Indie che si affrontano, una arcaica, quella dei contadini e dei maiosti, e una moderna, quella del boom economico. L'india deve fare in modo che i benefici di questa crescita arrivino davvero a tutta la popolazione, per questo è necessario affrontare la questione della redistribuzione, non solo economica, ma anche di potere politico, ma questa parola per il momento non sembra far parte del vocabolario del leader indiani».

Luca Muzi

Pubblicato il 4 maggio 2012 su Sbilanciamoci.info

mercoledì 28 marzo 2012

Corso di videogiornalismo: workshop finale

Video realizzato durante il workshop finale di montaggio del corso di videogiornalismo organizzato dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso. Docente: Andrea Casentini. Editing finale: Luca Muzi.

martedì 27 marzo 2012

Criminalità ed economia: intervista a De Maillard

Con la crescita dei mercati finanziari i confini tra economia legale ed illegale si fanno sempre più porosi. Non servono nuove leggi: occorre regolare l'economia e la finanza
Jean De Maillard è un giudice specializzato in reati economici e finanziari, da poco nominato membro dell'Osservatorio nazionale sulla criminalità francese. Ha pubblicato diversi volumi in materia tra cui La truffa: la finanza al di sopra della legge e delle regole (Gallimard 2010) e Il Mercato fa la sua legge. Criminalità e globalizzazione (Feltrinelli 2002). De Maillard è stato recentemente invitato dalla Sezione internazionale della Fondazione Lelio e Lisli Basso a tenere una conferenza a Roma su "Finanza internazionale e criminalità organizzata". Per il magistrato francese c'è una «stretta interconnessione tra economia legale ed economia illegale» e più che una continua rincorsa da parte della giustizia per scoprire e sanzionare le attività illegali sarebbe necessario «provare a pensare un'economia che non abbia bisogno della frode».

Jean De Maillard, lei si occupa di reati penali dal 1984, qual è l'attività che svolge un magistrato nel campo economico e finanziario?
La giustizia, in generale, si occupa dei reati finanziari tradizionali: le frodi, i falsi in bilancio, i crimini di borsa. Questi rappresentano la quotidianità del lavoro di un giudice. Ma al di sotto di questa criminalità tradizionale troviamo una criminalità finanziaria, o meglio un'attività di frode finanziaria, molto più sottile, spesso molto più complicata e di cui la giustizia fatica a occuparsi o di cui non si occupa mai. Se si vanno a studiare le dinamiche che hanno portato alla crisi finanziaria, a partire dalla vicenda dei mutui subprime negli Stati Uniti, ci si rende conto del fatto che la grande criminalità finanziaria sfugge praticamente a tutti i controlli.

Lei ha affermato spesso che le attività illegali del sistema finanziario, ciò che lei definisce "illegalità legittima", sono spesso tollerate dagli Stati, ancora oggi dopo lo scoppio della crisi economica. Perché?
Perché attraverso la deregolamentazione gli Stati ancora oggi lasciano che siano i mercati a fare le loro leggi. Quando parlo di "illegalità legittima" mi riferisco al privilegio che abitualmente appartiene agli Stati di poter infrangere la legge. Infatti, ciò che caratterizza lo Stato è l'avere il monopolio della forza. Lo Stato è colui che fa le leggi e nella sua azione può, in alcune circostanze molto limitate, anche infrangerle. Questo privilegio che appunto è chiamato "illegalità legittima" è stato delegato nel corso degli anni dagli Stati ai mercati finanziari. Questo era già accaduto in passato quando in alcuni Paesi il privilegio dell'illegalità legittima era stato trasferito a organizzazioni criminali come la mafia. Ma oggi questo privilegio è stato completamente abbandonato ai mercati finanziari, ciò spiega la forte criminalizzazione dell'economia e della finanza, come anche tutti i legami che si sono stabiliti tra le mafie e il sistema economico e finanziario.

Qual è il ruolo delle mafie in questo quadro?
Personalmente credo che le mafie oggi, contrariamente a quello che si possa pensare, non sono il motore della criminalità economica e finanziaria. Penso piuttosto che queste vi siano totalmente implicate, ma che abbiano solo una parte in questi fenomeni, un ruolo specifico. Principalmente operano lì dove i settori economici legali non arrivano a spingersi. Prendiamo per esempio la questione dello smaltimento dei rifiuti, un problema che tocca fortemente numerosi Paesi e che riguarda sia i rifiuti industriali, sia i rifiuti urbani. Il costo della gestione dei rifiuti è enorme e chi si trova a dover affrontare questo problema, tanto le amministrazioni pubbliche, quanto le imprese private, può essere tentato, e spesso lo è, di affidare lo smaltimento a imprese controllate da organizzazioni criminali. La ragione di questo comportamento è spiegabile con i bassi costi che queste aziende propongono, decisamente inferiori a quelli che sarebbero normali per trattare correttamente i rifiuti in questione. Le ecomafie, non rispettando le procedure di smaltimento dei rifiuti, producono danni incalcolabili abbandonando nell'ambiente rifiuti tossici e altamente inquinanti, come per esempio quelli nucleari o medici. Ma sono dei soggetti legali che si avvalgono di questi servizi pur di avere dei risparmi su questa voce di bilancio.

Secondo lei è possibile fare delle stime sui capitali coinvolti in questi fenomeni criminali?
A mio avviso non è possibile fare delle stime credibili. Per due ragioni. La prima è che tutto ciò che è occulto, che è nascosto, ovviamente non può essere definito con precisione. Alcuni provano a fare delle valutazioni sulla quantità dei capitali coinvolti o derivanti da attività economiche o finanziarie illegali, ma le scale sono così ampie che non ha alcun senso fare queste operazioni. Qual è la ragione per cui un dato viene moltiplicato per tre o per dieci? In questo campo è tutto molto arbitrario. La seconda ragione, quella a mio avviso più importante, è legata al fatto che, come spiegavo prima, oggi non è possibile distinguere tra economia legale ed economia illegale. L'economia illegale fa parte dell'economia legale. Ritorniamo all'esempio dello smaltimento dei rifiuti. Si potrebbe fare un calcolo dei profitti prodotti dalle ecomafie in questo genere di attività. Ma questo non terrebbe conto dell'intero sistema economico. Perché anche le aziende che si avvalgono di questo tipo di servizi otterranno profitti più elevati attraverso l'abbassamento dei costi dello smaltimento dei rifiuti. I vantaggi sono, quindi, sia per le mafie che si occupano dello smaltimento, sia per le imprese che si rivolgono a loro per aumentare i propri guadagni. C'è dunque una stretta interconnessione tra economia legale ed economia illegale e la criminalità è una parte integrante del funzionamento delle nostre economie. Soprattutto per questo motivo credo che non si possano dare delle cifre credibili su questi fenomeni.

Quali sono gli strumenti giuridici, a livello europeo e internazionale, di cui avrebbe bisogno la giustizia per fronteggiare le attività economiche e finanziarie illegali?
Non credo sia un problema di strumenti giuridici, questi già esistono se li si vuole utilizzare. In alcuni casi, paradossalmente, ce ne sono anche troppi. La questione centrale credo sia un'altra: bisogna prendere coscienza del fatto che oggi la criminalità economica e finanziaria è un elemento costitutivo dell'economia. Il problema, di conseguenza, è quello di tentare di regolare l'economia e la finanza, piuttosto che reprimere, perseguire e sanzionare dei comportamenti che sono divenuti necessari all'economia per garantirsi dei profitti. Bisogna riformare l'economia. Bisogna riformare una cultura manageriale che tende ad avvalersi della frode e dell'illegalità pur di garantirsi guadagni rapidi ed elevati. La giustizia inseguirà sempre frodatori e criminali. Tuttavia sarebbe molto meglio provare a pensare un'economia che non abbia bisogno della frode. Se non cambia l'economia, si potranno aumentare le risorse e dotare gli investigatori di strumenti sempre nuovi e più performanti, eppure non si farà altro che individuare e reprimere dei casi isolati, ma il funzionamento del sistema economico nel suo complesso continuerà ad avere bisogno delle attività economiche illegali.

Scritto per: sbilanciamoci.info

mercoledì 21 marzo 2012

Finanza internazionale e criminalità organizzata

Video della conferenza “Finanza internazionale e criminalità organizzata” organizzata dalla Sezione internazionale della Fondazione Basso. L’incontro è parte dell’XVII Corso sul Diritto dei Popoli “Crisi e diritti: quali prospettive?”. Roma, 16 marzo 2012.

Introduzione del dott. Gianfranco Donadio, procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia.

Gianfranco Donadio: finanza internazionale e criminalità organizzata from Fondazione Basso on Vimeo.

Intervento di Jean De Maillard, magistrato esperto in crimini finanziari (audio in francese).

Jean De Maillard: Finanza internazionale e criminalità organizzata from Fondazione Basso on Vimeo.